Alessandro MOSCE’: La bellezza del corpo e del sapere

Alessandro Moscè è un narratore lirico, o un romanziere poetico, o un poeta prosatore. Ce lo fa capire con il suo secondo romanzo, L’età bianca (Avagliano 2016), dove si svela nella sua verve emotiva, ma anche nella fortezza del suo io, della sua personalità: un ex bambino malato, un ragazzo cresciuto nelle Marche di Franco Scataglini e Paolo Volponi, un uomo che ama Elena, una donna inseguita sin dagli anni dell’adolescenza. L’età bianca è proprio l’età adolescenziale attraversata anche dal campione Giorgio Chinaglia, l’attaccante della Lazio che vinse lo scudetto nel 1974 e che diventa il gladiatore dei tempi moderni. Moscè ricorda Moravia nella sua vita interiore, come fosse Agostino o lo Zeno di Svevo, impegnato nella ferialità giornaliera sospesa tra ricordo e assillo. “Dopo trent’anni i nonni non ci sono più. Non c’è più neanche zia Mariella, che pepava la faraona e diceva sempre che bisognava aggiungere il rosmarino e una fettina di pancetta. Alessandro si mette a sedere sul divano della sala. Fuori ha nevicato tutta la notte. Accende la televisione e passa in rassegna i canali. Quella volta lo schermo era in bianco e nero e le partite di calcio si ascoltavano alla radio a transistor”. Lo scrittore narra gli anni Settanta e Ottanta, la famiglia (Alberto Bevilacqua lo definì un autore eccellente proprio per la capacità di descrivere l’amore domestico), il mondo del calcio, della letteratura (una memorabile cena con il poeta Mario Luzi) e i luoghi. Luoghi che bastano a se stessi, come fossero una stella polare che illumina la strada più impervia. Ogni punto temporale si traduce in una prova da rischiare, in una nuova tensione, in qualcosa che tocca nel profondo. L’età bianca è un bel romanzo, perché non è scontato. Moscè inserisce la cronaca giornalistica, il linguaggio medico per descrivere il sarcoma che lo colpì da piccolo, le suggestioni della memoria della sua gente. In una recente intervista ha dichiarato di aver trattato come materia infuocata  un’età pura, incontaminata. Un’età senza compromessi e falsità: il patrimonio umano che possiedono gli adolescenti e i sognatori. Nel romanzo l’età bianca è incarnata specie da Elena, la giovane nel frattempo diventata donna e che rappresenta un punto di rottura con il conformismo di maniera e con la ritualità di un matrimonio standard. L’età bianca è anche un’acquisizione consapevole, il ritorno al senso di scoperta originaria che sanno vivere proprio i ragazzi. E’ la spinta della prima volta. “Può succedere che un uomo e una donna siano tentati di rivivere la loro adolescenza quasi fosse una parabola, una favola adulta”. E il finale è tutt’altro che scontato. L’amore e la morte, o meglio l’eros e la morte, sono l’uno l’altra faccia dell’altra. Perché il vero antidoto allo spettro della finitudine umana, non è la nascita, ma l’eros, un polo di condivisione di un’unità perduta, una connotazione intimistica dei due sessi. Basti pensare che Eros, nella tradizione, aiuta l’uomo a ricongiungersi al bene. E’ bellezza del corpo, ma anche bellezza del sapere.

Felice Vecchioni

ETA'cop

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